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Firenze: fra capre e cavoli

750967-pzaDiaz1di Nadia Fondelli – Il nuove regolamento comunale per “tutelare” il centro storico vara un’astrusa regola per regolamentare il commercio alimentare, ma prende un abbaglio e confonde tipicità per qualità.

Confesso: appena letta la notizia mi sono messa a ridere. Poi ho guardato il calendario. Non è il 1° di aprile e allora sul viso mi sì è spento il sorriso.
Il comune di Firenze per fermare l’onda dei kebabbari e dei minimarket venditori di alcol ha deciso che nel centro storico, patrimonio Unesco, i negozianti debbano vendere per il 70% da filiera corta o a chilometro zero altrimenti niente licenza.

La prima risata mi è partita all’idea del fantomatico chilometro zero. Neologismo che appartiene al dizionario cibo-moda che fa tanto chic.
Cosa vuol dire chilometro zero? Niente. Ricordo che in un convegno illuminato fu proprio il rappresentante di un ente agricolo a livello nazionale a smontare, mattoncino per mattoncino l’astrusa teoria. “Solo chi viene a comprare direttamente nella mia fattoria acquista a chilometro zero. Se io esco dal cancello e vendo al mercatino, già di chilometri ne ho fatti alcuni!” disse. Come dargli torto. E allora meglio tutt’all più parlare di filiera corta.

La seconda risata mi è venuta poi dal senso stesso del provvedimento. Forse gli amministratori fiorentini non hanno le idee chiare e confondono capre e cavoli. La filiera corta non è sinonimo di qualità e altre sono le cose che andrebbero guardate in un centro storico Unesco.


Cadrei nel qualunquismo a parlare di un centro storico degradato perché la visione è disponibile a tutti fra sporcizia, abusivismo diffuso e tollerato, mendicanti molesti, etc…
Sorprende che si chiuda la stalla solo dopo che i buoi sono scappati mentre i kebbabari sono fioriti in ogni dove e dei minimarket ce ne siamo accorti dopo più ragazzini ricoverati in coma etilico. Del resto la liberalizzazione delle licenze questo ha prodotto.

Da oggi a dettare regole dagli scranni alti di Palazzo Vecchio saranno solo un gruppo di “saggi” (funzionari e dirigenti?) che sicuramente mai si sono trovati a  dover distinguere un cannellino da uno zolfino, ma che in nome della tipicità fiorentina cancellano dai banchi: prosciutti di Parma e San Daniele, Grana Padano, etc…

Il bello e il buono del made in Italy già massacrato e non difeso da un’ Europa che importa olio tunisino dalla salubrità dubbia ad ettolitri, che impone di buttar via il latte in favore di polverine magiche e che misura la lunghezza delle banane e la larghezza delle vongole oggi trova il nemico anche in casa.

Come se il problema fosse la distanza chilometrica di produzione e non la qualità. Meglio allora un riso prodotto dai cinesi dell’Osmannoro a un Vialone vercellese?

L’errore è tutto lì. Tipicità non fa rima per forza con qualità.

E allora se lotta al degrado alimentare sia perché non controllare “l’artigianalità” di prodotti fuori stagione o fuori logica (penso al gelato al cocco a gennaio in Italia!); perché non controllare come fa ogni trattoria del centro ad offrire chianina-e-vino-tutto-compreso a 10 Euro!

Aprile è vicino e sperando che fosse stato davvero solo un bel pesce del primo giorno e non il mese in cui partiranno le sanzioni consiglio ai funzionari ed amministratori di leggersi un bignamino di agroalimentare di qualità e tipicità e poi riparliamone nella speranza che non si siano fatti anche lor abbagliare dai consigli preziosi di uno dei tanti esperti di cibo che vanno così di moda alla faccia di:
il cibo è salute ed espressione culturale di ogni popolo.

 


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