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San Gimignano: l’usura attraverso i secoli

di redazione – Di usura, come fenomeno legato a particolari situazioni economiche, pubbliche e private, si parla da tempo immemorabile e in particolare, per quel che riguarda San Gimignano, sappiamo che gran parte delle famiglie importanti acquistò potere e rilevanza con la pratica dell’usura.
Dai Braccieri ai Baroncetti, dagli Useppi ai Moronti, dai Mangeri ai Mantellini, ai Ruggerotti, dagli Ardinghelli ai Paltoni, e dai Pellari ai Becci e ai Salvucci (tanto per citarne alcuni), tutti prestavano ai privati, al Comune, al Vescovo, alla Chiesa con un convenzionale interesse dal 20 al 30%, fin dai primi anni del Duecento.
Ma fu attività che, per quanto praticata su larga scala, si limitò al secolo XIII e ai primi decenni del Trecento, almeno per quanto concerne i mercanti arricchitisi con i traffici in Europa e oltremare.

Questi, al ritorno in patria, si proponevano come prestatori di denaro a interesse e, per i crediti non riscossi, finivano per entrare in possesso dei beni dei loro debitori che andavano ad accrescere le loro proprietà – case e terre – gi acquistate con i proventi della mercatura.
Soltanto dopo la grande peste del 1348, che inferse un duro colpo alla situazione demografica ed economica, e dopo la successiva sottomissione a Firenze che restrinse l’orizzonte politico, i sangimignanesi – anche quelli un tempo ricchissimi – si trovarono costretti a ricorrere ai banchieri fiorentini e senesi per poter continuare qualche attività.
Ed anche quando fu obbligato a fare – per garantire la gestione pubblica – lo stesso Comune che già all’inizio del XVI secolo, aveva instaurato rapporti e trattative di prestito con i Tolomei e i Salimbeni banchieri senesi, e con i Frescobaldi di Firenze.

Contemporaneamente, mentre ricorrevano anche ai banchieri pisani, i governanti sangimignanesi invitavano i prestatori ebrei a venire ad abitare nella citt turrita.
Troviamo così che, nei primi decenni del’300, un gruppo di ebrei capeggiati da Diodato, abitava in contrada San Giovanni e vi esercitava il prestito su pegno e che altri nuclei di Giudei esercitavano la stessa professione nella città agli inizi del ‘400: ed erano quelli guidati da Eliuccio da Viterbo, Isacco da Pisa e Vitale da Roma.
Nel libro delle riforme dell’anno 1410, al tempo del Podestà Andrea Giugni, troviamo che altri ebrei chiedono di stare in San Gimignano ed esercitarvi la professione di “feneratore” cio di usuraio.
Si tratta stavolta di Vitale di Mattasia da Roma e dei suoi figli Dattario e Daniele e di un certo Tommaso non meglio identificato. Anche loro, con delibera consiliare, saranno accolti intanto per dieci anni, versando in cambio, per la licenza, 100 fiorini all’anno, purchè abitino in due contrade diverse.
Anch’essi come i precedenti, saranno esentati da tutti gli oneri, escluse le gabelle. Le trattative fra le varie Comunità e gli ebrei erano dettate dalla più completa autonomia decisionale: da una parte si chiedeva, dall’altra si concedeva secondo le necessità; e le condizioni derivavano dagli accordi contrattuali, ma non mancarono questioni con Firenze o con il Pontefice in merito alle tasse da pagare, alle gabelle e ai permessi di esercitare o addirittura ai privilegi acquisiti e, perchè tali, irrinunciabili.
Tant’è che, ad esempio, il comune di San Gimignano viene sottoposto a scomunica per aver condotto, senza licenza della sede Apostolica un Fibreo ” a dare ad usura in detta terra”; scomunica che viene tolta sei anni più tardi dal papa Pio II Piccolomini, il 7 aprile 1464, come si legge nel libro delle riforme del Podestà Antonio Giraldi.

A partire dal XVI secolo, gli ebrei furono le vittime dei tempi e dei governi e la loro fioritura non fu che un ricordo. Del resto, l’ostilità manifestata dai più poveri nei loro confronti per gli alti tassi dei loro prestiti, apre la strada alla fondazione dei Monti di Pegno – detti poi Monti di Pietà – esistenti ancora, tra alti e bassi, fino ai nostri giorni e fiorenti sopratutto nell’Ottocento.

Anche San Gimignano si adeguò ai tempi e provò ad istituire il suo primo Monte nel 1501, per riconfermarlo in via definitiva solo nel 1572 con l’appoggio del Granduca Cosimo I dei Medici.
Non più un gruppo di famiglie quindi, nè un gruppo di ebrei, ma solo un ente pubblico poteva ora qualificarsi col titolo di prestatore.


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