San Gimignano: l’usura attraverso i secoliSan Gimignano: money lending at San Gimignano through the centuries

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10 February 2013

di redazione – Di usura, come fenomeno legato a particolari situazioni economiche, pubbliche e private, si parla da tempo immemorabile e in particolare, per quel che riguarda San Gimignano, sappiamo che gran parte delle famiglie importanti acquistò potere e rilevanza con la pratica dell’usura.
Dai Braccieri ai Baroncetti, dagli Useppi ai Moronti, dai Mangeri ai Mantellini, ai Ruggerotti, dagli Ardinghelli ai Paltoni, e dai Pellari ai Becci e ai Salvucci (tanto per citarne alcuni), tutti prestavano ai privati, al Comune, al Vescovo, alla Chiesa con un convenzionale interesse dal 20 al 30%, fin dai primi anni del Duecento.
Ma fu attività che, per quanto praticata su larga scala, si limitò al secolo XIII e ai primi decenni del Trecento, almeno per quanto concerne i mercanti arricchitisi con i traffici in Europa e oltremare.

Questi, al ritorno in patria, si proponevano come prestatori di denaro a interesse e, per i crediti non riscossi, finivano per entrare in possesso dei beni dei loro debitori che andavano ad accrescere le loro proprietà – case e terre – gi acquistate con i proventi della mercatura.
Soltanto dopo la grande peste del 1348, che inferse un duro colpo alla situazione demografica ed economica, e dopo la successiva sottomissione a Firenze che restrinse l’orizzonte politico, i sangimignanesi – anche quelli un tempo ricchissimi – si trovarono costretti a ricorrere ai banchieri fiorentini e senesi per poter continuare qualche attività.
Ed anche quando fu obbligato a fare – per garantire la gestione pubblica – lo stesso Comune che già all’inizio del XVI secolo, aveva instaurato rapporti e trattative di prestito con i Tolomei e i Salimbeni banchieri senesi, e con i Frescobaldi di Firenze.

Contemporaneamente, mentre ricorrevano anche ai banchieri pisani, i governanti sangimignanesi invitavano i prestatori ebrei a venire ad abitare nella citt turrita.
Troviamo così che, nei primi decenni del’300, un gruppo di ebrei capeggiati da Diodato, abitava in contrada San Giovanni e vi esercitava il prestito su pegno e che altri nuclei di Giudei esercitavano la stessa professione nella città agli inizi del ‘400: ed erano quelli guidati da Eliuccio da Viterbo, Isacco da Pisa e Vitale da Roma.
Nel libro delle riforme dell’anno 1410, al tempo del Podestà Andrea Giugni, troviamo che altri ebrei chiedono di stare in San Gimignano ed esercitarvi la professione di “feneratore” cio di usuraio.
Si tratta stavolta di Vitale di Mattasia da Roma e dei suoi figli Dattario e Daniele e di un certo Tommaso non meglio identificato. Anche loro, con delibera consiliare, saranno accolti intanto per dieci anni, versando in cambio, per la licenza, 100 fiorini all’anno, purchè abitino in due contrade diverse.
Anch’essi come i precedenti, saranno esentati da tutti gli oneri, escluse le gabelle. Le trattative fra le varie Comunità e gli ebrei erano dettate dalla più completa autonomia decisionale: da una parte si chiedeva, dall’altra si concedeva secondo le necessità; e le condizioni derivavano dagli accordi contrattuali, ma non mancarono questioni con Firenze o con il Pontefice in merito alle tasse da pagare, alle gabelle e ai permessi di esercitare o addirittura ai privilegi acquisiti e, perchè tali, irrinunciabili.
Tant’è che, ad esempio, il comune di San Gimignano viene sottoposto a scomunica per aver condotto, senza licenza della sede Apostolica un Fibreo ” a dare ad usura in detta terra”; scomunica che viene tolta sei anni più tardi dal papa Pio II Piccolomini, il 7 aprile 1464, come si legge nel libro delle riforme del Podestà Antonio Giraldi.

A partire dal XVI secolo, gli ebrei furono le vittime dei tempi e dei governi e la loro fioritura non fu che un ricordo. Del resto, l’ostilità manifestata dai più poveri nei loro confronti per gli alti tassi dei loro prestiti, apre la strada alla fondazione dei Monti di Pegno – detti poi Monti di Pietà – esistenti ancora, tra alti e bassi, fino ai nostri giorni e fiorenti sopratutto nell’Ottocento.

Anche San Gimignano si adeguò ai tempi e provò ad istituire il suo primo Monte nel 1501, per riconfermarlo in via definitiva solo nel 1572 con l’appoggio del Granduca Cosimo I dei Medici.
Non più un gruppo di famiglie quindi, nè un gruppo di ebrei, ma solo un ente pubblico poteva ora qualificarsi col titolo di prestatore.

by redaction – Money lending as a phenomenon stimulated by special economic problems, whether public or private, has been a controversial subject from time immemorable and quite often, and certainly in the case of San Gimignano, many of the most important families gained much of their power and success from usury: among them we should remember the Braccieri, the Baroncetti, the Useppi, the Moronti, the Mangeri, the Mantellini, the Ruggerotti, the Ardinghelli, the Paltoni, the Pellari, the Becci and the Salvucci hgh hormone releasers families (to mention only a few), all of whom, from the early 13th century onwards, lent money to private citizens, the Town Council, the Bishop and the Church with a stipulated interest rate that ranged from between 20 to 30%.

However, although it was practiced on a large scale, this activity was limited to the 13th century and the early decades of the 14th century, at least as far as the merchants were concerned who had made their fortunes by trading with various countries in Europe and overseas.
When these merchants came back home, they offered to lend people money on interest; when they were not paid back, they were entitled to seize their debtors’ possessions and thus gradually added to the estates – houses and land – that they had purchased earlier with the riches made from their trading activities.

However, after the great plague in 1348, which was a heavy blow to the demographic and economic situation, closely followed by San Gimignano’s submission to Florence (which seriously narrowed down the political horizons), the townspeople – even those who had once been extremely rich – found themselves forced to beg for help from the Florentine and Sienese bankers to be able to continue any sort of business concern.
Even the Town Council was forced at times to beg for loans in order to be able to guarantee its public administration and, by the beginning of the 16th century, had negotiated and made arrangements for loans with the Sienese banks belonging to the Tolomei and Salimbeni families, and with the Frescobaldi family in Florence. However while they were negotiating loans with Pisan bankers, the governors of San Gimignano were also inviting Jewish money lenders to take up residence in the city of towers.

In the early decades of the 14th century a group of Jews, headed by Diodato, apparently lived in the quarter of San Giovanni and lent money “on pledge” while other groups of Jews carried out the same profession in this city from the beginning of the 15th century under the leadership of Eliuccio from Viterbo, Isacco from Pisa and Vitale from Rome.

The 1410 book of reforms written during the rule of Podest Andrea Giugni, tells us about three Jews requesting permission to live in San Gimignano in order to carry out the profession of “money lenders”, in other words, as usurers.
These particular Jews were Vitale di Mattasia from Rome and his sons Dattario and Daniele together with a certain Tommaso, who is not better identified.

Following a ruling by the council, they were given permission to reside in the city for ten years, in exchange they had to pay 100 florins a year for their licence and live in two different quarters of the city.
Like the Jews that preceded them, these were the only duties they had to pay, apart from the usual taxes. The negotiations between the varies Communities and the Jews were dictated by the most complete decisional freedom: sometimes requests were made, other times concessions were granted, according to the various needs, while the conditions were stipulated in written contracts, though this often caused problems with Florence or the Pope as regards the taxes they ought to pay, their tithes and work permits and even the privileges they had acquired which, once gained, they were not prepared to give up.

A typical example of this was when the town of San Gimignano was excommunicated for having allowed a Jew ” to work in usury in that area” without a permit from the Apostolic see; according to the book of reforms published under Podest Antonio Giraldi, this excommunication was lifted six years later, on April 7th 1464, by Pope Pius II Piccolomini.
Victims of the period and the various governments, the Jews lost all their privileges from the 16th century onwards with the result that their flourishing activity was lost in the mists of time.

In actual fact, the hostile attitude of the poorer people against the Jews because of the high interest rates on their loans eventually led to the foundation of the Monti di Pegno (pawnshops) – later called Monti di Pietà – which flourished in particular in the 19th century and have survived, with varying popularity, to this day.

San Gimignano also moved with the times and set up its first pawnshop in 1501, confirming its presence in 1572 with the support of Grand Duke Cosimo I dei Medici. From then on, therefore, only a public organization was allowed to act as a money lender to the public, replacing a service that was formerly carried out either by a group of families or a group of Jews.

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